mercoledì 15 agosto 2012

Confidenze d'agosto (scritte pianissimo)

Penso che in ognuno di noi ci sia un ostinato bisogno di sentirsi vivi.
E non so se vale per tutti, ma il bisogno di vita spesso è intrinsecamente connesso alla comunicazione della vita e della vitalità.
Per “comunicazione della vita e della vitalità” non intendo ora il trasmettere la vita nell'accezione più alta e nobile dei genitori o della cura del medico o di coloro che donano un organo o parte di sé per alleviare sofferenze o salvare i giorni altrui che apparirebbero altrimenti perduti.
Non parlo quindi di vita fisica.
Parlo di vita del pensiero, del sorriso cioè del senso della vita.
Ho sempre avuto la percezione che la mia vita non potesse essere solitaria, fino a scoprire, non troppo tempo fa, che la mia capacità intellettuale è inesorablmente legata alla relazione.
Questa scoperta è stata piuttosto dolorosa.
È doloroso scoprire la propria inutilità pur nella unicità: la inutile solitudine.
Mi sento, in questo mondo una tessera, una pedina, un frammento, solo una piccola trascurabile parte che necessita del resto,  e che da sola è inutile ed indecifrabile.

Tuttavia per le note vicende professionali (il decennio di precariato) e personali ( la dislessia e le conseguenze lentezze universitarie) non passa un solo giorno senza che io constati che, mentre io necessito di quel tutto, il tutto non necessita assolutamente di me.
Sono di troppo, fuori tempo, sostituibile e anche evidentemente poco “preziosa”
Le vicissitudini professionali sottolineano che le scelte razionali e ben ponderate che ho fatto (specializzarmi solo nella storia dell'arte che amavo e che mi pareva fondamentale disciplina di studio in Italia) sono totalmente smentite dalla follia del momento presente.
Le vicende personali mi hanno costretto ad arrivare tardi al mondo del lavoro e senza tutte le competenze (le lingue straniere ad esempio) che mi avrebbero aperto le strade alternative ormai irrimediabilmente chiuse.
Però noto un'altra forma di “repulsione” che è l'educazione ricevuta dai miei genitori. Molto semplicemente i miei, che hanno costruito la loro famiglia dal niente, hanno trasmesso ai loro figli quella che era la stata la loro esperienza iniziata negli anni sessanta: chi fa il proprio dovere prima o poi arriva ai risultati sperati, chi da nulla arriva ad avere molto più del necessario significa che ha rubato agli altri, i migliori presto o tardi avanzeranno sui mediocri e sui peggiori...
Ecco, questi principi che erano  veri ai tempi della mia educazione, ora non lo sono più.
Non è questa la sede per indagare del come e del perché, solo oggi questi ideali educativi -che hanno smesso da tempo di essere solo miei atteggiamenti, ma sono divenuti costitutivi del mio DNA- non servono, anzi sono di chiaro impedimento alla mia realizzazione.

Penso allora che, forse, questo pezzettino, questa tessera o frammento, che costituisce il mio io, sia difettoso, fallato, da sostituire. Oh sì, si è usato, talvolta, in attesa di averne uno conforme.

E' una constatazione dolorosa, che si fa strada con molta chiarezza nel mio vissuto, ed è ormai divenuta convinzione.
Forse per questo amo tanto gli altri pezzetti "fallati" e "difettosi" che talvolta incontro tra i banchi...