giovedì 20 settembre 2012

Un peccato e due racconti al Prado


Rubens, Adamo ed Eva, 1628-1629, olio su tela, cm 235 x 184,5, Madrid, Museo del Prado.

Si tratta dell'episodio del peccato originale, tratto dal primo libro della Bibbia -la Genesi-, un tema molto conosciuto e molto rappresentato. Questo dipinto è una copia che Rubens fece dall'omonima opera di Tiziano.
Rubens, Adamo ed Eva, 1628-1629, olio su tela, cm 235 x 184,5
Si tratta dunque di una copia*... e il suo originale, quello appunto di Tiziano, è situato nello stesso museo, poche stanze più in là.
Le due opere rappresentano l'evento più drammatico della storia della salvezza, anzi è proprio questo l'inizio stesso del dramma: Adamo ed Eva stanno commettendo il peccato originale.
Entrambi i dipinti interpretano il tema del peccato, più che descriverlo.
Però la rappresentazione di Tiziano è più austera rispetto a quella di Rubens.
Ad una prima analisi potrebbe venire il sospetto che Tiziano colga l'idea del dramma di cui i due sono inconsapevoli autori ma Rubens pare che sottintenda che non hanno fatto nulla di male.
La differenza tra le opere non sta tanto in piccoli cambiamenti dovuti a questioni estetiche o stilistiche ma piuttosto al fatto che le due tele rispecchiano il cambiamento di mentalità religiosa e morale del loro tempo. Da una parte c'è la mentalità controriformista di Filippo II che riceve l'opera da Tiziano, il suo artista preferito, che è ben attento alle preferenze e sensibilità del suo committente; dall'altra la straordinaria leggerezza di Rubens che celebra la gioia di vivere, di amare e lo fa ogni volta che può, anche nel momento più drammatico della storia della salvezza.
Tiziano, Adamo ed Eva, 1550, olio su tela, cm 240x186
Il protagonista delle due tele è il serpente: pare che Tiziano abbia fatto un ragionamento che ci convince moltissimo. “Eva, in quanto donna, non si sarebbe mai fatta ingannare da un serpente; una donna che vede un serpente non si mette a fare due chiacchiere ma corre via. Quindi il serpente deve avere il corpo e il volto di un bimbo. Se c'è qualcuno che riesce a ingannare la donna quello è un bel bambino paffuto”. Questo ragionamento è uno dei motivi per cui questa iconografia ci piace.
Rubens ha capito e intensificato la questione: il bimbo-serpente si sporge e tende la mela ad Eva mentre le sorride.
Tiziano raffigura un rapporto psicologico diverso: il bimbo-serpente guarda serio Adamo mentre tende il frutto a Eva. Adamo è sbilanciato all'indietro e guarda molto diffidente il bimbo-serpe: qui il peccato lo fa tutto Eva, Adamo sta dubitando, è scettico, si tira indietro e con la mano cerca di allontanare Eva.
L'Adamo di Rubens non ha nemmeno visto cosa succede sopra alla sua testa: è totalmente preso da Eva, la guarda rapito e si sta sporgendo verso di lei. Dalla posizione che assume la sua mano destra -appoggiata semichiusa sulla roccia- sembra che si stia alzando per abbracciarla. Gli sguardi sono intensi e molto eloquenti.
Tiziano sta raccontando il peccato originale, infatti i due sono già coperti dalle foglie, c'è già -allusivamente -la scoperta della vergogna dell'essere nudi, conseguenza del peccato.
Se consideriamo, invece, la tela di Rubens abbiamo il dubbio su quale sia il vero evento cui vuole alludere, egli non si pone il problema del peccato e delle sue conseguenze. I progenitori, Adamo ed Eva, ci parlano di una situazione umana, passionale, riconoscibile e condivisibile. E raccontano questa storia d'amore carnale, che è antica quanto il mondo, con una leggerezza e delicatezza che non lascia nulla all'immaginazione ma neppure si ferma a descrivere la banalità dell'accadimento. Il pappagallo -che non è presente nel dipinto di Tiziano- dona un clima di esotica spensieratezza e si rapporta armonicamente con i fiori rossi che sono dietro ad Eva, creando quell'equilibrio cromatico che Tiziano non ha alcun motivo di ricercare, infatti il peccato cancella l'equilibrio e la bellezza del paradiso. Eva è la protagonista dell’opera di Rubens, su di lei insistono gli sguardi.

*Le copie nel passato avevano una valenza molto diversa rispetto ad oggi. Innanzitutto la copia è “il pane quotidiano” dell’allievo pittore, sia che la sua formazione si svolga in bottega -dove copia le opere del suo Maestro-, sia che compia la sua formazione in Accademia dove imparerà riproducendo i capolavori.
Inoltre, anche quando l'artista era affermato, capitava spesso che il committente chiedesse una copia da un suo o da un dipinto di altri. Quindi quando le iconografie più amate ed efficaci avevano successo se ne richiedevano altri esemplari. Spesso era lo stesso committente a volere più copie per le sue diverse residenza o per farne dono.
Naturalmente copia non è sinonimo di riproduzione, spesso è uno studio critico, a volte risente di aggiornamenti tematici. Oggi, per lo studioso della storia dell'arte, le copie di una medesima iconografia fatta da diversi autori è un modo particolarmente efficaci per evidenziare le diversità stilistiche delle diverse mani, le sensibilità che mutano o le modifiche dovute al cambio di destinazione.
In questo caso la questione è complessa perchè esistono due versioni di questo medesimo oggetto: una appartiene alla prima produzione di Rubens -1599-1600- ed è conservata ad Anversa alla Museum Rubenshuis (in italiano Casa di Rubens) e l'altra all'ultimo periodo quando Rubens compie una missione diplomatica alla corte di Filippo IV e in questa occasione copiò la tela di Tiziano che ho proposto qui sopra.