domenica 16 dicembre 2012

Sognare di cambiare gioco

Certi incontri pongono problemi di comunicazione, ansie da prestazione immensi ...
Quando ci si trova davanti ad un quadro, ad esempio, spesso si è assaliti da inquietudini e disagi.  
Bennet in "Una visita guidata" Parla del famoso storico dell'arte Bernard Berenson: 
    "Il metodo Berenson consisteva nel guardare, guardare, e ancora guardare. Era capace di restare per ore davanti ad un dipinto, finchè ogni minimo dettaglio non gli si imprimeva nella memoria. Ad un certo punto, nel corso della sua contemplazione, Berenson veniva travolto da una sorta di estasi, molto simile, immagino, a ciò che tante persone provano ascoltando musica... Devo confessare di non aver mai sperimentato un senso di estasi, o comunque una forte sensazione fisica, stando in piedi di fronte ad un quadro, tranne forse ad un certo dolor di gambe...
... ero convinto che mi mancasse qualcosa, se non altro pazienza o la resistenza fisica per restare a guardare abbastanza a lungo. In seguito ho scoperto che, rispetto a quella carenza di sensazioni, ero in ottima compagnia... ma nei musei mi sentivo sempre bocciato all'esame d sensibilità. ...
Mi piacerebbe che alla National Gallery ci fosse un cartello con scritto: "non deve per forza piacerti tutto"."
Anche io non entro in estasi al museo, qualche rara volta mi sono emozionata, ma succede molto più spesso davanti ad un essere umano. 
Capsella eburnea British Museum, 420-430, Londra.
Accade invece che mi esalti e sia felicissima di poter vedere dal vero qualcosa, che ho studiato e amato, ma visto solo in riproduzione. All'esaltazione si aggiunge un gioioso stupore quando l'epifania non era preventivata (leggendario l'incontro con la capsella eburnea del British Museum -pensavo mi uscisse il cuore dal petto- o con la Lezione del dottor Tulp di Rembrandt in una mostra temporanea alla National Gallery, che ho raccontato qui )
Penso che si confonda l'"estasi" e più spesso l'emozione, con il sollievo che proviene dal riconoscere l'opera: come ad una festa piena di sconosciuti si è felici di scorgere un volto noto e questo, da conoscente, diventa miglior amico per l'occasione: è questione di gratitudine.
Vedere un dipinto conosciuto è un sentirsi accettati, dopo aver vagato con lo sguardo su tele e marmi sconosciuti e muti, che rimandavano un giudizio di inadeguatezza al visitatore.
Riconoscere quell'opera già vista è esaltante, non "estasiante",  è come essere ammessi ad un consesso di uomini olti. Riconoscere ed apprezzare quell'opera, che è importante per il solo fatto di essere lì, significa riconoscersi "giusti", nel "posto giusto"
E questo sentimento di gratitudine immensa a quel capolavoro ritrovato, tra i tanti sconosciuti, val bene gli appellativi di "bello, opera preferita, esperienza emozionante", senza passare dalla conscenza di questo o altre opere.
P. Mutolo, Le tre parche, Galleria Estense, Modena
Se  fosse possibile togliere quest'ansia di dover sentirsi accettati per quel che sappiamo e riconosciamo?
Se cambiassimo gioco e proponessimo, quell'altro gioco, quello del proprietario di quei beni culturali che va a visitare e controllare il proprio patrimonio?
Allora potrebbe scattare il desiderio di conoscenza.
Potrebbe scattare l'idea che le opere del museo cittadino siano quelle in cui identificarsi,  e così da quelle più vicine, nel tentativo di conoscerle meglio, ci si avvicinerebbe forse ad altre più lontane. 
Cambierebbero motore e motivazioni: non si va  a cercare approvazione nell'opera famosa ma a cercare la propria storia e le opere che presentano affinità o medesimo autore con quelle del museo della città.
Allora potrebbe assumere un significato nuovo e maggiormente condiviso i concetti di Patrimonio dell'umanità, Beni comuni, Museo civico, galleria nazionale...