sabato 29 dicembre 2012

Guardare la pittura e pensare la vita (arte al femminile VII parte)



Non è casuale che dopo Il capolavoro di Van Eyck si tratti di quest'altra opera di Velazquez "La famiglia di Filippo IV" meglio conosciuto come "Las meninas".
Sicuramente Velazquez ha visto e ammirato il dipinto conosciuto come  "i Coniugi Arnolfini" perchè faceva parte della collezione del re di Spagna fino all'inizio del XIX secolo. Quindi è altrettante certo che, da questo dipinto, ha preso l'idea di inserire nel quadro qualcuno che abita un altro spazio. Ma appunto perchè l'idea era già stata sfuttata da Van Eyck, Velazquez va oltre e quello che ci appare un semplice olio su tela diviene in realtà un meraviglioso gioco di scatole cinesi una raffinata meditazione sulla vita, sulla verità e sulla realtà.


Velázquez, Las meninas, 1656-7, olio su tela, cm 318 x 276, Madrid, Museo del Prado




















In questo capolavoro la riconoscibilità del ritratto dell'infanta Margarita e della corte, si unisce al mistero che è sotteso all'atteggiamento non formale e sorpreso dei personaggi raffigurati. Nel dipinto, alcuni componenti della corte del re, riuniti in una grande stanza (forse lo studio del pittore), assumono due diversi atteggiamenti: una parte sta guardando qualcosa di curioso che avviene proprio dove si trova lo spettatore, l'altra sta tranquillamente "vivendo"...
L'Infanta Margarita, tra due dame di compagnia -meninas in spagnolo- (Doña María Augustina de Sarmiento e doña Isabel de Velasco), è al centro del dipinto, in piena luce; davanti a lei, sulla destra, stanno due nani con un grosso cane; dietro, nell'ombra, sono intenti a conversare Marcela de Ulloa e don Diego Ruiz de Azcona, identificabili come precettori dell'Infanta.

Sulla parete di fondo si riflettono in uno specchio re Filippo IV e la regina Marianna, i quali sembrano protetti dal pittore Diego Velázquez e José Nieto Velázquez (non è documentata alcuna parentela tra i due), rispettivamente maresciallo di palazzo del re e maresciallo di palazzo della regina.
Il re e la regina nello specchio sono probabilmente il riflesso di parte del dipinto che il pittore sta terminando, di cui si vede il retro lungo il lato sinistro della tela. Tale riflesso è reso possibile dall'inchino che compie doña María Augustina, sacrificando la simmetria della composizione ai lati dell'Infanta.
La scena è molto informale, al punto da essere stata spesso paragonata ad una fotografia istantanea: José Nieto Velázquez sulla porta, è molto lontano ma, occupando proprio il punto di fuga in un alone di luce, ci appare una figura di grande importanza; il nano in primo piano sta stuzzicando il cane che dorme beato. L'Infanta, che ha il volto girato verso destra ma guarda diritto davanti a sé -come fosse stata distratta da un accadimento improvviso- sta per prendere una brocchetta d'acqua che le porge la sua menina; il pittore stesso, allontanatosi dal dipinto, ha in mano la tavolozza e pennelli e guarda verso di noi, come fanno altri personaggi. Ma dove è diretto il loro sguardo e quello dello stesso Velázquez? Probabilmente verso un altro specchio sul quale doveva essere riflessa la figura di Margarita che sta per essere aggiunta sulla tela accanto al ritratto dei genitori.

Attraverso Las meninas Velázquez ha voluto proporre una riflessione che, all'epoca, doveva essere palese e condivisa, mentre oggi ci appare come un enigma. Forse la riflessione verteva sulla ambiguità della rappresentazione in pittura. Per questo Velàzquez inserisce, in uno spazio reale, personaggi veri e figure riflesse perciò lo spazio reale è tutto delimitato da diversi tipi di “porte”.
Sono proprio queste “porte” che contribuiscono a rendere misterioso questo capolavoro della pittura: la porta sul fondo incornicia una persona vera, che si è affacciata per un momento e sta già scomparendo; un'altra cornice -più spessa- delimita lo spazio dello specchio e riflette i due reali, ci accorgiamo che non fa differenza se questi siano riflessi in persona o se lo specchio riproponga un loro ritratto. Sulle pareti ci sono molti quadri incorniciati, uno dei quali è stato identificato come una copia di Minerva e Aracne di Rubens. Anche questi sono aperture su diverse realtà: sulla parete a sinistra i quadri sono molto scorciati (le loro cornici costituiscono le ortogonali del dipinto), nella parete di fondo misurano lo spazio, ma sono immersi nell'oscurità, alla nostra sinistra non vediamo la cornice degli infissi, ma intuiamo che ci sia la finestra, riquadro di pura luce.
La luce è usata in maniera teatrale e, se da una parte contribuisce all'ambiguità del reale, dall'altra è rivelatrice dei piccoli inganni: in Las meninas la luce della porta dove compare José Nieto è diversa dalla luce dello specchio su cui si riflettono i genitori di Margarita.
L'idea di immediatezza e di spontanea casualità è data anche dalla molteplicità dei centri: l'Infanta è al centro della larghezza del dipinto. Lo specchio è al centro della parete di fondo. La porta illuminata costituisce il punto di fuga, quindi il punto d'incontro delle ortogonali.
Questa pluricentralità, che non percepiamo immediatamente, costituisce l'ossatura portante dell'opera, attorno alla quale Velázquez ha creato il resto: un corpo che si sviluppa attorno e tende a chiudersi in se stesso, come suggeriscono i quadri che avvolgono e limitano lo spazio fino a sbarrarci quel varco sul quale, tradizionalmente, si affacciava lo spettatore (quella parete che Giotto aveva abbattuto spalancando la strada della pittura moderna).
Così se dobbiamo entrare nell'idea del pittore, che qui è autenticamente barocco per la straripante energia dinamica di sguardi, per lo straordinario illusionismo spaziale, e la moltiplicazione dei "centri, dobbiamo pensare che davanti all'Infanta, Velázquez abbia pensato che ci fosse uno specchio che chiude coerentemente l'area del dipinto e rende quello spazio dinamico, illusorio e chiuso in sé.
L'opera è una profonda e moderna riflessione sulla pittura, sull'illusorietà della vita e per questo il suo committente, re Filippo IV, la tenne sempre nel suo studio privato. Guardandola poteva tornare in quella dimensione privata attraverso il riflesso dello specchio e meditare, perché quello spazio, pur essendo architettonicamente chiuso e misurato, rimaneva aperto alla dimensione infinita della mente e della riflessione. Qui la fugacità dell'immagine diviene metafora dell'illusorietà della ricchezza, l'illusione della raffigurazione è motivo di riflessione sul limite del potere, l'effimera durata della vita è insita nella transitorietà del riflesso nello specchio che ora c'è e poi non è più.
La tecnica pittorica di Velázquez è molto veloce, al punto che, se osservata nei particolari, non fa pensare ad un disegno preparatorio. Le mani del pittore sono rimaste allo stato di abbozzo, come se la sintesi dell'artista abbia inteso dare al colore la paternità dell'opera. La stessa tonalità di marrone è usata per il legno della tavolozza e per i capelli di Maria Augustina; i medesimi bianco e arancione sono usati sia per l'impasto di colore che per il fiocco dell'acconciatura della stessa damigella. Vista da vicino, la pennellata produce un effetto non finito e sgranato; ad una visione complessiva, però, l'opera assume un aspetto morbido e sfumato.


Per approfondire e continuare a giocare con Velazquez puoi leggere: 
Alessandro Nova ( a cura di ), La Meninas, Il Saggiatore.
E sperimentare 6 tesi diverse ma tutte straordinariamente convincenti