domenica 16 dicembre 2012

Elogio al cambiamento

Mi chiedono spesso quale periodo artistico preferisco e io non so mai cosa dire. Di solito preferisco l'argomento di cui mi sto occupando in quel momento, che sto scoprendo o riscoprendo. Sarebbe diverso se mi chiedessero quali artisti o periodi dell'arte preferisco spiegare: anche questa risposta non è breve ma ci sono alcune tappe della vicenda artistica, certi artisti o opere d'arte che mi appassionano più di altri e sono proprio quei nodi in cui l'arte esce dalla conoscenza (complessa, interdisciplinare...) e diventa metafora della vita, così che tutto è sollecitato: la conoscenza , l'esperienza artistica, il contesto storico s'avviluppano con le loro potenti spire a questa vita che viviamo e alle nostre emozioni.
Di solito questo accade per la prima volta quando si esce dal classicismo greco per avviarsi lentamente all'ellenismo.
Policleto, Doriforo, 450 a. C.
La spiegazione dello stile policleteo è piuttosto semplice se si riesce a comunicare che l'arte è un linguaggio e non una lenta evoluzione verso la conquista del "realismo" e del "bello". Questa premessa è faticosa da trasmettere, per tanti motivi, uno tra tutti il fatto che studiamo l'arte greca attraverso copie romane in marmo che riproducono (non sappiamo quanto fedelmente) originali greci spesso in bronzo. Cioè studiamo l'arte classica "per sentito dire". 

Comunque da quello che ci rimane - tra fonti scritte e riproduzioni- la statuaria classica è dominata dalla bellezza ideale, riproduzione della bellezza divina antropizzata, impassibile, equilibrata e bilanciata, armoniosa. 
La statua classica basta a se stessa, anzi è chiusa in sé, non cede al dialogo e al rapporto: l'essere divino riprodotto non sente mancanze, non vacilla. Policleto ha teorizzato una ponderatio tra gli arti: la gamba e il braccio opposti ci suggeriscono la tensione muscolare mentre gli altri due arti restano senza peso e rilassati. Cos'altro cercare nella rappresentazione che non ammette relazione neppure col suo spettatore: ognuno ha il suo spazio, spettatore e spettacolo non entrano in rotta di collisione. La divina sembianza si degna di apparire in una statica visione frontale, sicuro della sua perfezione formale.
E' indubbio che quella riprodotta nel periodo classico non sia un'esperienza umana ma quella divina che, appagata della propria perfezione, immobile, sta.
In pieno IV secolo si comincia a rappresentare l'esperienza umana ed è un lentissimo avvicinare l'arte al vissuto. Per prima cosa si rappresenta anche la nudità femminile, poi si inizia a concepire una lievissima distrazione dalla frontalità pura, si concepisce che un arto coinvolga lo spazio dello spettatore e s'immagina il momento intimo , privato, quotidiano.
S'inserisce, lentamente l'idea che l'arte possa imprigionare l'effimero umano, il progredire del tempo e accanto alla piena maturità compaiono bambini, vecchi, adolescenti.
Ma nessuna esperienza umana può essere rappresentata immobile e solitaria.
Umanità e perdita dell'equilibrio si sviluppano contemporaneamente: infatti l'equilibrio di Policleto non permette il movimento esattamente come l'impassibilità non permette la relazione.
Prassitele, Afrodite Cnidia, 363 a. C.
Se l'arte è linguaggio umano che parla di uomini a gli uomini, allora inizia quando l'artista si permette di riflettere su quei secondi in cui il piede, lascia la posizione d'equilibrio per cercarne un altro pure stabile ma diverso.
L'esperienza umana è  questa: decidere di lasciare un equilibrio e cercarne uno nuovo e diverso.
La situazione nuova può essere migliore o peggiore della precedente, non è questo il punto. Importa il fatto che l'uomo sia in perenne ricerca di altro da quello che è e da quello che sa e sa fare. L'uomo, consapevole della propria insufficienza, ricerca il dialogo, dalla relazione degli altri emerge l'espressione di sentimenti.
Rappresentare l'umanità significa render conto della imperfezione, della reazione, della unicità e parzialità della temporalità, per cui data una rappresentazione umana se ne presuppongono infinite altre, diverse.
La mancanza d'equilibrio, in attesa di ricercarne uno nuovo, è ben rappresentato dalla ricerca di relazione che genera una ricerca espressiva e gestuale.
Tutto questo determina anche la mancanza di frontalità e la progressiva complicazione della linea del corpo che prima era semplicemente simmetrica rispetto all'asse determinato dalla verticale naso-ombellico. La simmetria viene a meno e subito la verticale diviene una S e poi qualcos'altro difficilmente esemplificabile da una lettera .
L'esito di tutto questo è ravvisabile in una splendida statuetta che si presenta ancora in anticipo sull'Ellenismo: la Menade danzante di Skopas
Skopas, Menade danzante, 335-330 a.C.
Questa piccola copia, di un originale sconosciuto, pur nella sua situazione mutila, rappresenta bene la perdita della simmetria e della frontalità, inoltre il vestito scomposto comunica efficacemente la danza sfrenata (probabilmente una piroetta). La perdita dei tratti del volto è del tutto recuperabile dalla gestualità: il pathos e la musica dominano la figura. Fatta l'esperienza dell'irrazionalità mi pare che i greci non sian più greci, ma uomini.

Rappresentare questa Menade significa aver percorso quell'esperienza che ancora oggi consideriamo sorella della presunzione: il non rassegnarsi, il non accontentarsi della serena tranquillità che la vita talvolta ci riserva, ma il cercare ancora un'emozione, un equilibrio nuovo, diverso, una relazione altra, un motivo per farci alzare il piede e cercare un diverso equilibrio.