martedì 12 marzo 2013

La fatica del leggere.

Per me la più piccola parola è circondata da acri ed acri di silenzio, 
e perfino quando riesco a fissare quella parola sulla pagina 
mi sembra della stessa natura di un miraggio, 
un granello di dubbio che scintilla nella sabbia
Paul Auster, “Leviatano”

Una volta leggevo molti romanzi e pochi saggi, ma entrambi li bevevo con una velocità proporzionata alla loro bellezza, quindi al mio interesse per questi.
Harmenszoon van Rijn RembrandtVecchia donna che legge
(La madre di Rembrandt ritratta come Profetessa Anna)
, 1631
Rijksmuseum, Amsterdam 
Ora mi accorgo che è cambiato tutto: leggo pochi romanzi e molti saggi. I romanzi continuo a divorarli o a sbocconcellarli, e spesso li lascio lì, a seconda di come mi prendono: se li ritengo coerenti, interessanti, se mi parlano, allora vado via spedita e leggo senza sosta fino a quando si avvicina la fine. Allora torno indietro e, per allontanare il momento del comiato, procrastino quelle pagine, le gusto, le assaporo, soffrendo già per l'imminente separazione.
Il problema però sono il saggi: ne inizio uno e, al primo concetto che mi sorprende o mi cattura -sia in senso positivo che negativo- rimango ammallucchita. Non riesco a proseguire, ci devo pensare su: quindi chiudo e leggo altro. Poi lo riprendo e non supero le due pagine che devo farmi forza, mi impongo di proseguire fino a quando non ce la faccio più e lo mollo: chiudo e abbandono rimuginando come se dovessi , su quelle parole, emanare un proclama.
In questo prendi e lascia ripetuto, continuo, è davvero difficile terminare qualcosa o averne una visione d'insieme. Insomma leggere è divenuto, negli ultimi mesi, una sofferenza indicibile.
E' da qualche mese che i libri stanno diventando una roba incredibilmente seria: prima erano solo una voce distratta rivolta ad un me nella folla; ora sono sussurri sommessi diretti a me, personalmente.